Nessun sogno è mai stato così insensato come la sua spiegazione. (Elias Canetti)

mercoledì 30 giugno 2010

LA MADONNA CHE RIDE

 

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Biascicando la sua quarta Ave Maria, Frate Gandolfo, umile religioso di provincia, realizzò che la carie all’incisivo laterale inferiore destro era tremendamente peggiorata.
Fatalmente ogni recitazione guidava la punta della lingua direttamente sul nervo scoperto (o quello che a lui sembrava tale) e a ogni indeclinabile "Iesus" l'espressione ieratica di Frate Gandolfo si faceva così addolorata da rassomigliare in maniera impressionante a quella del grande Crocifisso morente che troneggiava sulla piccola cappella.
Per sette, nove, dodici Ave Marie la situazione perdurò senza provocare null'altro, ma alla quindicesima la cosa dovette sembrare talmente comica che la statua della Madonna cominciò a riderne.
Era questa una piccola statuetta di gesso bianco, non più alta d'un metro, raffigurante una Vergine dall'aria un poco spaurita, ammantata dalle consuete vesti azzurre, trionfante nei confronti di Satana il Verme che schiacciava sotto il piede nudo.
All'inizio Frate Gandolfo, a causa della sorda cortina di dolore che gli ispessiva la guancia destra, non s'accorse minimamente del riso argentino che tintinnava come una cascata di campanelle, ma, quando più che il dolor poté  il Divino, sbarrò gli occhi e cadde in ginocchio, miracolosamente dimentico del suo trigemino impazzito.
E, come copione volle, esclamò lo scontato "Miracolo!", seguito da un più personale "Prodigium est!".
Il povero frate non resse a lungo la vista di siffatto portento e, sollevatasi la pesante tonaca, corse fuori trafelato, strillando al vento la lieta novella.
In paese inizialmente la notizia fu presa con una certa cautela, tanto più che già a soli ventidue chilometri di distanza un'altra Madonna aveva già pensato bene di mettersi a piangere lacrime di sangue, mentre a cinquanta in direzione contraria un'altra Vergine ancora  s'era messa braccia conserti in cima alla pala d'altare a vociare "Pentitevi! Pentitevi!" con due occhi così (ma questa era un pezzo di Vergine imponente, tutta rosa, intagliata in un solo blocco di legno rarissimo siberiano, e nessuno trovava strano che ad una simile Vergine straniera fosse ben possibile animarsi e parlare!)

Tutta questa proliferazione di Vergini inquiete rendeva ben scettici i nostri paesani sul fatto che la loro piccola e modesta Madonnina potesse mettersi a competere con simili star di media e pellegrinaggi.
Fu così che solo a tarda sera una timida colonna di paesani, guidata dal sindaco, decise di andare nella cappella di campagna, ad accertarsi de visu dello stato delle cose.
Appena spalancata la porta della cappella la risata li investì come una folata di brezza divina, provocando dodici conversioni istantanee, quattro donazioni vitalizie al convento e due infarti.
Quella notte il paese non conobbe il sonno, in parte per il riso inesauribile della divertita Madonnina (che ormai si sentiva per tutta la zona, e quando cambiava vento persino nei paesi vicini, sotto forma di un fastidioso ronzio alle orecchie), in parte per le improrogabili responsabilità cui si sentirono di colpo investiti gli abitanti.
Il sindaco si affrettò a telefonare a televisioni e giornali, il magistrato ad inviare avvisi di garanzia cautelativi alla ditta produttrice delle Madonnine, i proprietari di bar e quello dell'unico albergo del paese a tirare fuori dai cassetti i loro libri dei conti, preparandosi alla ventura stagione di santi guadagni e pie elargizioni.
La signora Fusilli in Gioacchini, unica proprietaria della Boutique della Pizza, anticipò tutta la concorrenza e rispolverò uno striscione che aveva previdentemente elaborato qualche anno prima, all'epoca dei primi avvistamenti di Madonne.
"QUESTO E’ IL PAESE DELLA MADONNA PIANGENTE" v'era scritto, e su "piangente" ci tirò via due belle linee nere con l'uniposca, aggiungendo un pò a lato "CHE RIDE!".
Ma, come spesso succede nelle cose di questo mondo, a una simile notte di febbrile lavoro non corrispose per i nativi un giorno di raccolto e gloria, bensì altra tensione ed aspettativa.
Infatti, sul finire dell'alba, inviati dalla Santa Sede, puntuali come un'autoambulanza, al paese giunsero i Dottori, nelle onorabilissime persone de…

Il Dottor Ermeneudo Aldobrandi.
Il Gran Prof. Metanomio Invernizzi.
L’Ing. Hanselm Johansenn, del Regio Istituto Enciclopedico.

Li circondavano come uno sciame di mosche un codazzo di assistenti, segretari, rilevatori e copiascartoffie.

Espletate le dovute formalità, i Tre Dottori non posero indugio e cominciarono a studiare il caso. Vedendoli trafficare con i loro strumenti e grafici, il commento degli autoctoni fu corale: "Un pò spocchiosi, ma i loro soldi se li guadagnano!".
Misurarono, registrarono, compararono, esaminarono, ricordarono, analizzarono e borbottarono e per ultima estrassero tutti i denti a Frate Gandolfo, sospettato di favoreggiamento nel miracolo, ma non trovarono nulla che potesse mettere in discussione l'autenticità del fatto.
E così, alzando la voce per farsi sentire sopra l'incessante ilare gorgheggio della Madonna, decretarono il loro verdetto: "HABEMUS MIRACLE!".
Da quel momento la Madonna che Ride divenne patrimonio nazionale e tutto seguì l’italico Principio del Domino.

La trasmissione TV ad alto picco di audience Studiolo aprì con la notizia della sentenza, accusando qualcuno di qualcosa, ciò fece spaccare destra e sinistra (e destre e sinistre) in partiti ridens e partiti garantisti, questo provocò i giornali a proporre il consueto giochino di appartenenza e per un'estate la domanda della popolazione intera fu ... “La Madonna che Ride è di destra o di sinistra?” Ottenuta la non risposta, i giornali tentarono scoop impossibili e tutte le televisioni tentarono di scritturare la Divina. Qualcuno propose di ambientare nella cappella un reality.
A questa empia pantomima la Chiesa decise che il troppo qualche volta stroppia, e Concordato alla mano vietò qualsiasi ulteriore speculazione sulla Madonna Ridente. Una processione mai vista ed una Missa Solemnis avrebbero incarnato questa irrevocabile decisione, elevando alla dignità di altari reali e virtuali la Madonnina, che intanto mai e poi mai, nemmeno per riprendere un momento fiato, aveva smesso di ridere.

Venne il giorno della processione nazionalpopolare.
Migliaia di centinaia di fedeli riempivano la valle, frotte di elicotteri-camera di tutte le televisioni svolazzavano sopra le teste, aggirando così la promessa di non disturbare la Celebrazione con gli operatori a terra.
Su uno schermo gigante precedentemente disposto furono visti appropinquarsi all'Aureo Altare, solenni e ieratici, L'Ultravescovo, il Metacardinale, e l'Ipereccellenza delle Eccellenze, belli e splendenti che quasi sembravano veri.
Sotto di loro Cardinali e Missionari, Prepostulanti e Postprevosti, e sotto di loro la marea dell'umanità pregante.
Un silenzio si sparse per tutta la valle di lacrime, rotto solo dal ronzio delle telecamere e dai commenti sussurrati di radio e televisioni.
L'Ipereccellenza biascicò qualcosa, ma si interruppe subito, confuso dal ridere della Madonna, che, aumentato improvvisamente il volume, non sembrava più tanto benevolo.
La risata cachinnica strinse come una morsa il cuore dell'umanità attonita, mentre banchi di nuvolaglie nere andarono infittendosi ad oscurare la valle.
L’Ipereccellenza si strinse dentro il pesante mantello, per difendersi dalle spire di vento gelido, ed il dubbio, nella forma di una serpe invisibile, cominciò a strizzargli l’intestino.

venerdì 4 giugno 2010

IBRIDO (omaggio al serial tv Galactica)

Hybrid
Immersa nella vasca luminosa, galleggio nel liquido amniotico in cui sono nata, lo stesso luogo dove, tra tempo indefinito, mi raggiungerà la mia morte personale. Culla e tomba del mio mondo fisico, non amo questo posto e non lo odio.
Il mio piacere segreto è qualcosa che non posso spiegare, nemmeno se conoscessi tutte le lingue dell’Universo.
Il mio piacere è ascoltare il canto delle stelle.
È un sussurro che percorre la materia oscura tra le Galassie, non un semplice suono ma una sensazione di musica, una canzone ascoltata nell’infanzia e dimenticata nel tempo, ma che sta lì, nelle pieghe della memoria, a ricordarci un’altra epoca, in cui eravamo diversi, intimi di noi stessi e non cervelli innestati su corpi artificiali.
Un’infanzia non l’ho mai avuta, io. Ho aperto gli occhi ed ero nell’esistente, stesa in questa vasca e costretta in eterno a guardare il soffitto metallico, semplice esecutore di comandi dei Modelli che guidano la base stellare.
Ogni tanto vengono a trovarmi e si inginocchiano sul bordo, alcune volte immergono le loro mani perfette nel liquido lattiginoso. Pensano che la mia anima sia nascosta lì, negli impulsi elettrici della rete neuronale esterna, ma si sbagliano.
Mentre la mia bocca da androide continua a snocciolare equazioni matematiche e profezie e deliqui senza senso, la mia essenza di eterna bambina si tuffa con la nave nel gelo dello spazio, ascolto il chiacchiericcio solitario di una cometa nella sua eterna caduta - vi sorprenderei nel dirvi che ogni cometa ha una meta precisa che pensa di aver deciso, ed ognuna è convinta di essere l'unica coscienza del Cosmo... piccole, egoiste comete - rido e mi lascio accarezzare dai pulviscoli di una nebulosa, mi specchio nella vertigine di una nova, uno degli Occhi di Dio.
Mi chiamano l’Ibrido, ignari del senso profondo di questo termine.
Alcuni mi pensano vicolo cieco evolutivo, altri semplice connessione tra coscienza e astronave. Sono di più, e di meno.
Ubbidisco ai loro comandi e salto nello spazio con la stessa incoscienza con cui mi sforzo di far battere il mio cuore. La mia funzionalità di macchina è un semplice riflesso di muscolature involontarie. La mia vita è altro, ma loro non lo sanno.
In realtà, osservo, ed ascolto il Canto.
Li vedo tutti, macchine e umani, combattere e morire in questo sconfinato piano di gioco, e sento tutta la loro sofferenza e il loro odio, e anche il loro Amore, a volte più terribile di tutto il resto.
Tutto questo è già successo, ed è destinato a succedere ancora. Umani che pensano come macchine e macchine che si credono umani, figli gli uni degli altri, si avventano e si distruggono proseguendo la Grande Battaglia che sin dall’inizio dei tempi segnò le ere della creazione. Si inseguono, intessono piani, si uccidono, si stuprano e si torturano e mentre li guardo, nella solitudine dell’Universo di Dio che nulla giudica, li vedo come due amanti che continuano a farsi del male ma non riescono a stare lontano l’uno dall’altra.
Umani e macchine, entrambi con l’illusione di una felice utopia, una Terra in cui fermarsi e riposare, ed essere se stessi. Macchine e umani alla ricerca di chi voler essere.
E, se avessi i muscoli facciali necessari, potrei anche sorridere, pensando all’ironia dell’Universo.
Macchine che inseguono il Piano di Dio, confidando nella Sua protezione.
Umani che rispettano Dei in cui non credono, e che seguono la Carne.
Gli esseri organici e metallici che popolano questa nave mi considerano come un semplice esecutore meccanico, non più che una leva o un pulsante.
Si interrogano sul volere di Dio, ma se solo me lo chiedessero, potrei dire loro che non nutro alcuna volontà. Osservo, e non ricordo i miei figli, nessuno di loro. L’Amore è qualcosa che permea la mia esistenza, e connette l’intero cosmo, è il silenzio stesso dell’Universo. Come l'acqua bianca di questa vasca.
Amo le mie figlie ed i miei figli e mi lascio trasportare da loro, creduta macchina dalle macchine, compatita dagli umani come ibrido.
Nel cuore di questa confusa umanità biomeccanoide Dio si è nascosto e guarda e ascolta il canto delle Galassie. Non ricordo di aver creato tutto questo, ma è bello guardarlo. Non ho alcuno scopo, non c’è un Piano, non c’è un fine né una Fine.
Tutto è biancore lucente e canto. E Amore, tra i lampi dei laser e gli squarci tra carne e metallo.
Io sono l’Ibrido, e vi amo tutti.

lunedì 5 aprile 2010

domenica 21 marzo 2010

ARCANI POLITICI

O IL MATTO blog

Non sono di quelli che si vantano di “non capirci niente di politica”, è un’affermazione che non mi piace per principio, un tirarsi fuori per non prendere parte, e oltretutto al 80% mi sembra anche una dichiarazione volutamente insincera.
Di fatto, anche se ho le mie idee ben precise (scarsamente rappresentate ma questo è un altro conto) cerco di tenermi fuori dallo scontro più o meno ideologico e di mitigare sempre gli stati d’animo negativi e pessimistici che la situazione politica italiana invariabilmente mi fa scattare. La ritengo una questione di priorità, perché la mia modestissima ricerca spirituale ha sicuramente la precedenza rispetto alle mie opinioni politiche, e so che l’antagonismo, dovunque esso provenga, in definitiva è solo un intralcio alla nostra più vera realizzazione.
Tutto questo per dire che non mi sarei mai immaginato di postare taccuini politici su questo blog, né questo vuole esserlo del tutto, ma non posso proprio esimermi dal dire la mia.
La notizia, come direbbero i cronisti, è questa. Ieri, 20 marzo 2010, alla manifestazione del Popolo della Libertà, alcuni giovani manifestanti hanno sfilato con cartelloni raffiguranti le carte degli Arcani Maggiori dei Tarocchi Marsigliesi, con le facce di alcuni politici e personaggi noti incollate sopra. Si sono visti così, con sfoggio di grande inventiva, Il Matto-Di Pietro, La Morte-Bonino, Il Carro-Bertolaso e (sic) La Giustizia-Borsellino. Altri non ne ho visti, se ce n’erano, ma questi mi sono bastati. (Per inciso, non ero certo presente alla manifestazione, ho visto il video sul web).
Ritenendomi, a torto o a ragione, un pochino competente in materia, mi permetto di dire la mia sulla questione.
Attenzione a giocare con gli Archetipi, è materiale altamente aereo e mutevole.
Ogni Arcano è uno scrigno senza fondo di contenuti, e quelli apparentemente riconosciuti dalla maggior parte costituiscono solo lo strato superficiale. Prendiamo ad esempio il tanto vituperato Matto.
Il Matto è una carta che esprime una fortissima energia, la volontà determinata di andare avanti, contro tutto e tutti, non ascoltando il giudizio dell’umano consorzio, anche contro se stessi e la ragione. Il Matto prosegue forse spinto dal cagnetto che gli morde le terga, ma potrebbe anche essere che quel piccolo cagnetto rabbioso, strepitante, spelato, sta tentando di trattenere il Matto, che invece procede dritto per la sua strada, non facendosi influenzare da minacce o lusinghe.
È solo una delle possibili interpretazioni.
Il Carro. Detto anche Trionfatore, è sicuramente una carta abbinata al successo in ogni campo. Il giovane sul Carro è però preda di tutti i rischi causati dal cieco riconoscimento dei suoi simili, può diventare arrogante, spocchioso, incurante delle regole. Lui deve fare, non ha bisogno delle regole.  Alcuni testi moderni individuano nel riquadro del Carro un elemento che riporta allo schermo televisivo. Una sovraesposizione mediatica, ipotizzo io? Una lente distorta che rende epiche imprese che, nella loro realtà, tali non sono ma semplicemente normali, in un paese civile?
Ipotesi.
La Morte. Raramente l’Arcano Senza Nome (la sua corretta denominazione nei Marsigliesi) è associabile alla morte fisica. Più spesso è segnale di un grande cambiamento, di una tabula rasa in vista di una ricrescita più rigogliosa, più vera. Significa eliminazione di sovrastrutture, rigenerazione, apertura al nuovo.
Sulla carta della Giustizia con la faccia del povero Borsellino non mi pronuncio, chi ha occhi per vedere e ancora una coscienza può giudicare da sé.
In sintesi, ragazzi non giocate con leggerezza con gli Archetipi. Non sono semplici buffe figure medievali, ma reti di energia che ci controllano e guidano i nostri passi. Se vi soffermaste a pensarci veramente (ma un compito tale può prendere una vita) comincereste anche ad intuire cosa vi spinge ad andare sotto quel palco, quale “Padre” state vedendo là sopra, quale rosso “Diavolo” che vi additano come nemico contribuisce a puntellare il vostro senso di identità, ed in generale le forze che usano ed abusano di voi.
Giù le mani dagli Arcani.

martedì 16 marzo 2010

I Tarocchi degli Sciamani

Imperatrice Da qualche settimana, nelle migliori taroccherie italiane e non, è possibile imbattersi in un nuovissimo mazzo di Arcani: i Tarocchi degli Sciamani.
Il mazzo in questione costituisce l’ultima fatica sceneggiatoria del sottoscritto nel campo dei Tarocchi, campo in cui mi destreggio ormai da alcuni anni.
Tra i vari mazzi sceneggiati questo è il primo che segnalo pubblicamente sul blog… e fortuna che ho un blog!, dal momento che purtroppo è anche il primo mazzo in cui il mio nome non è apparso sul cofanetto, anche se, Deo gratias!, appaio sul librettino interno.
Superato il primo momento di stizza autoriale, ho preso questo come un segno a non perdermi dietro l’Ego e le vanità di questo mondo.
Comunque, il disappunto per questa inspiegabile dimenticanza (di solito la redazione de Lo Scarabeo è invece molto attenta) è mitigato dalla consapevolezza di aver collaborato con due giovani e bravissime artiste: Sabrina Ariganello e Alessia Pastorello (http://sabrinaealessia.blogspot.com/).
Dividendosi il lavoro tra disegni e colori, Sabrina e Alessia hanno dato vita ad un mazzo fresco e vibrante di energia, alzando un po’ il tiro rispetto alle mie derive ombrose (tendo sempre un po’ alla negromanzia, ma com’è?)
I Tarocchi degli Sciamani vogliono rappresentare il viaggio psichico di uno Sciamano moderno, che vive sì integrato in una metropoli (non importa quale, è la Città) ma la sua visione interiore rimane focalizzata su ciò che risiede oltre il velo delle illusioni, e mantiene un contatto naturale con la Madre Terra e con gli Spiriti Animali che ne sono i guardiani e araldi.
Che la saggezza degli antichi e moderni Sciamani ci guidi quindi, indipendentemente se comprerete o meno il mazzo, e che ognuno di noi, nel cuore più profondo dei propri sogni, possa incontrare il proprio Animale di Potere.

giovedì 4 marzo 2010

COME DIVENTAI UN CARTOGRAFO

newcloudtypeidentified2 Passeggiando nella Villa mi stavo perdendo nel mio gioco abituale, quello di seguire con lo sguardo il percorso delle nuvole all’orizzonte, al di sopra della sommità degli alberi, e decifrarne le forme scovando rivelazioni e somiglianze: volti conosciuti, frammenti di nudità, donne, cavalli e serpenti, e tutte le immagini che la mente, frenetica, disegna sull’incolpevole amorfità del vapore acqueo.
Mi piace soprattutto il modo in cui, nel tempo di una ventata, le tracce che pensiamo di aver colto si sfaldano e si perdono, in una metamorfosi continua e leggera, felice semplicemente di essere e di non avere senso alcuno. Credo che la nostra immensa inadeguatezza nei confronti dell’Universo si senta giustificata, in tali frangenti, da questa spontanea e insensata creazione, come se lo stesso Universo volesse mettere in mostra la propria abilità con la stessa petulanza del bambino che ha bisogno di un pubblico di adulti per mostrare quanto è bravo a far qualcosa.
Fu per questo che la mia coscienza registrò solo con colpevole ritardo la stranezza della situazione. In un pregevole intervento lo scrittore Julio Cortazar ha tratteggiato nella maniera tipicamente visiva dei sudamericani l’elemento dell’eccezionalità nei racconti. Prendendo in prestito le sue parole: scoprire in una nuvola il profilo di Beethoven sarebbe solamente inquietante se questo durasse una decina di secondi in più prima di smagliarsi in altre forme, ma se questo profilo permanesse fermo nel cielo, contornato da altre nuvole in eterno mutamento, allora ecco guizzare l’elemento del fantastico, o dell’orrore.
Non ci furono volti o animali favolosi, e nemmeno giganteschi occhi o diavoli alati, forse fu per questo che continuai a camminare normalmente, anche se ormai stavo già da qualche secondo fissando la linea frastagliata che si innalzava oltre gli alberi.
Gli sguardi sbalorditi di altri passeggianti e alcune esclamazioni trattenute mi costrinsero a fermarmi, e guardare.
Spesso, tra le immagini nelle nubi, avevo visto città arroccate su colline, e mi ero permesso di immaginare popoli vivere in quelle lontananze aeree, e signorotti delle altitudini scrutare tra i merli delle loro rocche di cumulonembi il mondo scorrere sotto di loro, lontano e inarrivabile, guardando perplessi le costellazioni notturne delle grandi città, in una sorta di cielo capovolto. Mai però avevo pensato che quelle città potessero prendere una forma, come quella che ora vedevo di fronte a me.
L’orizzonte consueto oltre la Villa, fatto dalla rassicurante linea di palazzi della città, interrotta solo dalla placida rotondità della cupola seicentesca, era stato stravolto, occupato da una montagna violacea, remotissima e assurdamente colossale. Il paesaggio si era mutato in una nuova forma, le nuvole erano diventate creste rocciose e monti, ricoperti da foreste e attraversati da fiumi e forse popolati da diverse creature, umane e animali.
Rimanemmo lì il tempo necessario perché la nostra consapevolezza accettasse quella strana visione, e poi cominciammo a scorgere lo sfilacciarsi delle vette, la montagna ridiventava lentamente nuvola, e stava tornando al suo cielo.
Da allora, dall’apparizione delle nuvole montagne, ho lasciato la mia vecchia professione e sono diventato un cartografo.
Non esco più per le mie lunghe passeggiate, preferisco passare il mio tempo in uno scantinato polveroso, dove altri cartografi come me disegnano su lunghi tavoli le nuove mappe.
Non dobbiamo misurare, o valutare o confrontare, niente di tutto questo. Il metodo scientifico è il nemico principale di un cartografo di nuvole, dal momento che nulla è ripetibile nella conformazione della nuova geografia aerea che attraversa i cieli del mondo.
Ogni mattina immaginiamo paesaggi e diamo a queste visioni una forma, disegnandole su nuove pergamene, sicuri che qualcuno dei nostri disegni coinciderà con qualche capriccio nembiforme, presente o futuro.
Siamo guidati dall’intuizione, dislocando città e villaggi, e possiamo quasi sentire sotto le nostre dita sporche di grafite il brulicare di quelle lontane genti, la monotonia di piccole vite inconcepibili.
Il mondo attuale si serve di noi per ritrovare un senso nella consuetudine di questa assurdità, ed ha inventato per noi un lavoro tedioso e assurdo, che siamo i primi a non capire, solo a svolgere.
Ma non me ne lamento, è diventato il mio lavoro, in fondo.
Mi dispiace solo che, da allora, non sono più riuscito a guardare il cielo. Mi limito a perdermi assorto nelle minuscole pieghe della carta ingiallita, decifrando possibili forme e disegnandole perché, mi dicono, l’unico modo per conoscere il cielo è quello di ignorarlo.