Nessun sogno è mai stato così insensato come la sua spiegazione. (Elias Canetti)

lunedì 21 marzo 2011

LA GIOSTRA

 

Gli uomini dell’Invisibile e le donne del Concreto non potranno mai incontrarsi a livello profondo, ma solo nel momento misterico del contatto carnale.
Qui sta la grande frustrazione, perché le anime si annusano e si desiderano, ma un attimo dopo eccole indossare nuovamente il busto ortopedico del Mentale, e il momento trascorso diventa mito, e si dubita delle sensazioni provate fino a considerarle semplici proiezioni.
E gli uomini dell’Invisibile si immergono ancora di più nei loro regni interiori, gustando la nostalgia della realtà, e le donne del Concreto proseguono il viaggio nel mondo, alla ricerca di qualcosa che non possono trovare.

martedì 15 febbraio 2011

LEZIONI PER CINICI

philipmarlowe

Quanto mi annoia il cinismo. Non mi sentirò più in colpa di evitare accuratamente ogni conversazione con un cinico e le sue inevitabili lezioni su come va veramente il mondo.
Dietro ogni cinico si nasconde il bambinetto spaventato che vuole succhiare la tetta di mamma ma mamma è tanto cattiva e non gliela dà, e allora si rifà con tutte le bambinette spaventate quanto lui, abbagliate dal mito dell’uomo amareggiato dalla vita ma in fondo così tenero e sensibile.
Bambine, Buddha è Buddha. Un cane è un cane. Una rosa è una rosa è una rosa.
E uno stronzo, è uno stronzo.
Ha più palle spirituali un monaco zen che ha rinunciato a tutto e che accoglie le nostre arroganti e noiosissime dissertazioni logiche con un sorriso, che l’ultimo Philip Marlowe de noantri con la sua sigaretta e il suo trono da pub.
Se però, cinici, ritenete giusta la vostra strada e, per qualche improbabile ragione, avete voglia di parlare con me, allora abbiate il coraggio di bere il calice fino in fondo.
Volete essere cinici? Allora fate una cosa. Sanguinate.
Posate il coltello sulla pelle dell’anima e incidete, e quando fa male andate ancora più a fondo. Siate Bukowsky, o Celine. Allora al mio naso la noia che emanate come miasma ammorbante si farà profumo. Allora diventerete interessanti e spassionati, riuscirete a parlare della vita e dell’amore e della morte con candida leggerezza, e la gente riderà divertita, e voi sorriderete,  segretamente increduli di come nessuno del vostro pubblico sembri percepire l’urlo continuo, silenzioso e disperato della vostra anima.
Incidete a fondo, aspiranti cinici, sanguinate e sanguinate, fino a che, nel fondo della ferita, suppurerà una sostanza profumata, la stessa che avvolse Hank negli ultimi anni della sua vita rendendolo un vecchio saggio ubriacone. Si chiama amore.
Ma lo capisco, non è roba per cinici.

lunedì 14 febbraio 2011

SCARABOCCHI YOGA

smartphone copia

È tempo di realizzazioni e prodigi. Percorsi cominciati anni orsono trovano un loro compimento e, al di là della soddisfazione momentanea, confermano una certa visione del mondo e delle cose, e delle leggi che guidano gli esseri umani a sgambettare sotto questo cielo, in quella che Jodorowski chiamerebbe l’assurda e bellissima danza della realtà.
Di una certa realizzazione orrorifica parlerò più avanti, per adesso è meglio tacere più per motivi scaramantici che per altro, e perché le cose bollono ancora nell’athanor della formazione.
Oggi, invece, per i due o tre a cui possa interessare, mi sbrodolo di onore nel presentarvi il mio esordio come Illustratore Professionista! Wow e arciwow!!!
Anni di grafiteschi graffi su poveri fogli di innocente candore, che nel loro essere bianchi avevano trovato una loro perfezione zen, non sono risultati vani.
Anelando alla gloria di artista grafico, rimanevo sordo alle voci degli amici che mi dicevano: “Mettiti a scrivere, è meglio! Limita i danni! Quelli che fai sono solo scarabocchi!”
Ebbene, alla veneranda età di 41 anni oggi posso smentire tali voci. Mi son detto, se scarabocchi devono essere, scarabocchi siano!
Sul numero attualmente in edicola di Yoga Journal, diretto dall’amico e Maestro Jedi Guido Gabrielli, potrete imbattervi nella prima opera di tal genere.
Gli Scarabocchi Yoga nascono appunto da un’idea di Guido (è la verità, non sto cercando scaricare le colpe!) colpito, come il sottoscritto, dal bei lavori di Gomi Taro.
I libri di scarabocchi di Gomi Taro sono molto conosciuti nel settore e facilmente reperibili, quindi non starò qui a tesserne le lodi. Molto modestamente ho cercato di riprendere per quanto possibile l’ironia e il gioco del maestro nipponico e inquadrare il tutto in un contesto yogico, che bene o male conosco (il Guru Meher che è in me conferma).
Scherzi a parte sono contento di questa novità lavorativa. Sto vagheggiando anche di scrivere un libretto sui Tarocchi come guida Zen alla vita, tutto in stile scarabocchioso, ma sul mare dei miei propositi ci potrei fare una crociera intorno al mondo.
Per adesso, senza pretese, scarabocchio.

mercoledì 29 dicembre 2010

DIAVOLI A NATALE

homeless-2 Il pezzo di strada di fronte alla grande vetrina è una pozza di colori, Gisella ci sta in mezzo, pestando le luci con gli scarponcini tenuti assieme dallo spago.

Al di là del vetro, il muro compatto dei televisori accesi sembra una bestia mitologica dai cento occhi, un’Idra tecnologica che sfarfalla, ammicca e ammonisce, grida e sculetta, e riversa tutto il suo vomito fluorescente sui passanti che camminano svelti sotto la pioggerella.

Aldo si è appena rincantucciato nello spazio tra il cassonetto e un rotolo di lamiera, rimboccandosi i cartoni sotto le ascelle, e non ha la minima intenzione di muoversi da lì per i prossimi mille anni, a meno che la fame non lo stani prima.

Gisella si riscuote dal suo Nirvana catodico e indica eccitata uno dei tanti schermi.

- Si sono picchiati, alla manifestazione. Lo vedi Aldo? Quel televisore lì, quello in basso. Fanno vedere gli scontri. Poveri ragazzi…

- Chi se ne frega – risponde l’uomo, senza neanche alzare lo sguardo.

Gisella mette su il broncio e per un momento sembra una strana bambina di sessant’anni.

- Sì, bravo. Rispondi sempre così. Te ne freghi del mondo e poi pretendi che il mondo si interessi a te.

Aldo boccheggia, sentendosi vittima di una orribile calunnia.

- E quando mai ho preteso qualcosa? Mi hai sentito pretendere mai qualcosa? Io non pretendo niente da nessuno!

Col dito nerastro indica la selva dei televisori, come un improbabile avvocato dei bassifondi nel pieno della sua arringa.

- Quelle sono tutte stupidaggini! E tu te le bevi come bevi quella vinaccia che tanto ti piace. Ci imbottiscono la testa con tutto quel teatrino, tanto per tapparci a casa e stare buoni buoni.

- Ma noi non ce l’abbiamo mica una casa.

- Appunto! Per una cosa buona che abbiamo, o meglio che non abbiamo… te ti vai a succhiare la droga della televisione dalle vetrine dei negozi!

Gisella sorride, e gli occhi azzurri dietro le rughe si fanno maliziosi, come a volte le avviene.

- Ma sì, lo so che hai ragione Alduccio, non ti arrabbiare.

La barbona abbraccia se stessa, e abbozza un passo di danza sull’asfalto, un inizio di piroetta che sfuma sul nascere.

- È che le strade sono così buie, ogni tanto mi va di vedere un po’ di colore, anche solo in uno schermo.

- Per un momento non pensare che sono i soliti telegiornali e le solite facce tristi e cattive di tutti quei politici – incalza Gisella – E’ come… è come se fossero i ricordi del mondo, tutti insieme. E noi siamo qui a guardarli.

Da sotto i cartoni Aldo sbuffa, accennando una risatina sarcastica.

- Altra scemenza. Il mondo non ha ricordi, non ce l’ha mai avuti. Il mondo agisce, ti ammazza e due minuti dopo si è dimenticato di te, anche se sei ancora mezzo vivo e stai arrancando per uscire dalla fossa.

Il barbone si tocca la fronte, più volte.

- Io i miei ricordi me li tengo ben bene qui dentro, e non li vado a spalare addosso alle persone, tanto per pubblicizzare un preservativo o una macchina.

- E quali sono i tuoi ricordi, Aldo? Siamo insieme sulla strada da un sacco di tempo, ma non mi hai mai parlato di te, di chi eri prima di…

L’uomo la interrompe, con la voce gracchiante di quando gli capita di incattivirsi.

- E figuriamoci se vado a dirli a te, i miei ricordi. Ad una barbona ubriaca che non trova meglio da fare che guardare beata la vetrina di un negozio, come fosse la teca di Sant’Antonio.

È troppo pure per un’anima dolce come Gisella, che ha imparato, in qualche modo, a passare sopra alle sfuriate del compagno di dormite all’addiaccio. Ma ha un limite anche lei. Gli sputa addosso una parolaccia, mostrandogli il medio. Poco distante un uomo infreddolito alza lo sguardo, sentendo le grida. Due barboni che litigano.

- Sai che ti dico, il mio intellettuale delle discariche? Che sarò pure una barbona ubriaca ma mi è rimasto un cuore, non sono mica come te, sempre lì a borbottare e dire che tutto fa schifo, perché non t’ammazzi allora?

- Non te la do questa soddisfazione.

Aldo si è già annoiato della litigata e vorrebbe che Gisella se ne andasse. Per tornare, naturalmente. Anzi, vorrebbe andare con lei, e sta per dirglielo, poi si ricorda che stanno litigando.

- E poi, te che ti credi di sapere tutto. C’è una cosa che non sai, ad esempio.

- Sarebbe? – risponde Aldo.

Gisella spalanca le braccia, e la sua voce per un attimo sovrasta il rombo continuo del traffico.

- Stanotte è la notte di Natale!

- Lo sapevo, che ti credi! – replica Aldo, ma non è vero.

- Ed ora – prosegue Gisella - me ne vado al centro di accoglienza qua vicino…

- Boni quelli!

- … sì, e mi prendo il pandoro e magari c’è anche lo spumante. E festeggio il Natale come un essere umano, non come una bestia.

Con fare teatrale Gisella si volta di scatto, facendo ruotare la gonna zingaresca indossata sopra i pantaloni mimetici, e caracolla via, immersa nella luce delle vetrine.

Aldo la guarda allontanarsi e farsi più piccola, che potrebbe prenderla in una mano. Solo quando le persone se ne vanno via allora ci viene la voglia di afferrarle, rimugina, ma è soltanto un trucco, una bugia chiamata “prospettiva”. Da lì, potenza degli svolazzamenti del pensiero, si ritrova a pensare a Paolo Uccello, e alle lezioni di Storia dell’Arte, alle facce attente dei suoi alunni e…

Ad un primo momento gli sembra un vecchio giornale accartocciato e gettato in un angolo, pieno di notizie già scadute, solo un pezzo di carta ammuffita e percorsa dal fremito di una corrente d’aria misteriosa, proveniente forse dal bocchettone del riscaldamento d’un ristorante.

Poi, abituando gli occhi alla semioscurità del vicolo, i contorni si fanno più delineati.

Aldo ha un brivido. Solo un brivido.

Magari sarebbe stato più consono un genuino trasalimento, anche un piccolo grido, ma negli ultimi tre giorni ha mangiato solo un pacco di biscotti e poco altro, e non ha in corpo abbastanza calorie, evidentemente, per inscenare plateali terrori.

La cosa nell’angolo non è un cartoccio, ma è un qualcosa di vivo.

È un piccolo essere che respira, e trema.

All’uomo basta un’occhiata per capire che non si tratta di gatto o topo né d’altra fauna metropolitana. Con la stessa certezza con cui sa che in bocca gli sono rimasti dodici denti dei trentadue in dotazione, improvvisamente comprende che quella cosa non è di questo mondo.

La rivelazione non lo sconvolge più di tanto, ne ha viste tante, in strada, che il suo serbatoio di smarrimento è abbondantemente in riserva. Basterebbe gettare uno sguardo a quella massa di televisori, pensa Aldo, per trovare mille cose più strane e orribili che l’apparizione di uno scricciolo di demone, in un vicolo umido di una grande città.

A fatica Aldo si districa dai cartoni e avanza a quattro zampe verso l’essere.

La prima impressione è quella di averlo già visto, l’animaletto. Assomiglia vagamente a una lontra, due occhietti d’onice in una prugna di muso (…Bosch, od anche il Ghirlandaio, uno di quei diavoletti volanti in qualche tentazione di Sant’Antonio. Ai contemporanei dovevano apparire orribili e inquietanti, istruttivi, in qualche maniera…)

Senza sapere bene cosa fare, Aldo tende una mano verso la cosa, e subito due piccole zampette unghiute gli afferrano la mano screpolata dal freddo.

Tutto quello che rendeva la tua vita degna di essere vissuta finisce, ora e in questo momento. Sono qui per divorarti l’anima, sono qui per strapparti il cuore. Ti sussurrerò disperazione e scontento. Sottrarrò i colori alla tua vita, riempirò di buio gli spazi tra i tuoi pensieri…

Il piccolo demone trema, tra le mani di Aldo. Respira a fatica, come se fosse febbricitante, o morente. Ad ogni fiato un piccolo sbuffo di vapore si solleva, e gli occhietti della creatura si strizzano, stillando minuscole perle di lacrime, come per il rimpianto di non riuscire a trattenere quei brandelli d’anima fumosa che si disperdono nella notte.

Aldo non fa troppo conto dei pensieri che sente nella sua testa. Da tempo ha imparato a convivere con le voci più strane dentro il suo cervello, da quando sua moglie se n’è andata e… da tanto tempo insomma.

Cerca di riscaldare quella cosa portandosela al petto, ed è

ed è la sensazione del sole dell’Umbria che riscalda i vestiti e si posa sulla tovaglia a quadri rossi e bianchi, facendo brillare i bicchieri come fossero preziosi cristalli.

I bambini stanno correndo per il cortile inseguendo una gallina spaventata, strano animale esotico per loro, animaletti di città.

Cora è vicino a lui, i primi fili bianchi tra i capelli che paradossalmente sembrano aumentare la sua bellezza, e gli sorride. Già soffre di sclerosi, ma la malattia le permette ancora di fare piccoli viaggi, costringendola solo a quella camminata incerta, pensosa, bellissima

La creaturina tra le mani di Aldo freme, sembra cercare un calore che non trova. A guardarla affiorano altri vecchi ricordi, dolorosi, gli ultimi momenti di vita del suo vecchio cane Goya, del suo respiro spezzato.

Ti strapperò il cuore. Ucciderò le tue speranze. Dipingerò i tuoi incubi. Prenderò la tua anima nella forma dei tuoi ricordi più cari.

- Non t’agitare, stupidello, non vedi che è peggio?

L’esserino si acquieta nella mano di Aldo, continuando però con quell’ansito affannoso, così penoso da ascoltare.

- Vuoi i miei ricordi? È questo il tuo compito? Ma cosa ci farai mai con i miei ricordi, che non riesci neanche a stare dritto su quelle tue quattro zampette?

Aldo solleva la creaturina verso di sé, per guardarla meglio. Uomo e demone, per un momento, si guardano negli occhi. E Aldo comprende, o crede di comprendere.

Più tardi, ricordandosi dell’accaduto, si convincerà che la comunicazione tra demoni deve svolgersi proprio così, tra sguardi, e che le parole servano ad esprimere soltanto minuziosi rituali codificati a cui la popolazione infernale è costretta ad attenersi, da tempo immutabile, per volontà di Colui che tutti perdona, tranne i demoni.

Vede il demone, il più piccolo della sua nidiata, gettato nel mondo degli uomini, esseri orribili che gli fanno paura, con il compito di indurli alla dannazione, sottraendo loro ogni ricordo che, nel tempo e nel dolore (e nel tempo del dolore) potrebbe diventare speranza, come la ciste di un’ostrica che si fa perla. Perché agli uomini non è concessa speranza, ha decretato Sua Maestà, quel grumo nero di dolore e risentimento che è il Boss di tutti i demoni, solo e perduto come tutti i Boss, banale e scontato come tutti i mali.

E vede il piccolo demone come un soffione spaurito, preda dei venti, ignorato dagli uomini del nostro tempo, Santi Antoni senza più alcuna tentazione, perché avvezzi a tutte. Nessun ricordo nella sua sacca. Tra poche ore (la Notte di Natale echeggia in misteriose risonanze fin negli abissi, evidentemente) dovrà presentare il rendiconto del suo fallimento al Grande Grumo Nero. E trema di paura, come un piccolo bambino di fronte ad un temuto maestro.

- Ma che te ne fai dei miei stupidi ricordi… - borbotta Aldo, fintamente burbero, ma ha già deciso.

bellissima. Bellissima pur sapendo che da lì in avanti non potrà che peggiorare, e che i figli della loro figlia non potranno più giocare con la nonna ancora giovane. Aldo, mentre sorseggia quel bianco che sembra succo di Sole, sa tutto questo, e vede il tempo a venire come una lunga sequela di dolori, che lo porteranno alla follia, se gli va bene, perché non riesce proprio a concepire la sua futura vita senza quella donna. Eppure il momento è perfetto, e non prova alcuna ansia. Perché quel momento si farà ricordo, ed i ricordi sono gemme incastonate nel tempo, immobili e perfetti come miniature del Beato Angelico. E lui, e lei, ora, sono qui. Per sempre

Il piccolo demone ora non dice nulla. Forse ha capito che quelle anacronistiche minacce imparate a memoria sono inutili, e anche un po’ ridicole.

Forse vorrebbe ringraziare l’uomo, ma non possiamo imputare ai demoni sentimenti che sono propri (o dovrebbero esserlo) alla categoria umana.

Da invisibili spettatori di questa scena possiamo solo vedere Aldo che porta entrambe le braccia verso il cielo, le mani a coppa, e lascia andare… qualcosa, che ai nostri occhi abbagliati dal neon dei centri commerciali sembra solo uno sbuffo di fumo nero, o un pezzo di carta annerito, subito afferrato dal vento.

L’uomo si accorge di avere freddo, e si infila nuovamente tra i cartoni.

Aggrotta la fronte, in un inutile sforzo mentale.

C’è una lunga tavolata sotto un bel cielo quattrocentesco, una tovaglia a scacchi bianchi e rossi e una caraffa di vino che sembra luce liquida. Lui è seduto a capotavola, ma le altre sedie sono vuote. Il cortile è attraversato da una gallina, intenta nella sempiterna ricerca di vermetti da mangiare.

- Che fai, dormi?

Gisella è tornata. Non si è accorto di lei, troppo intento a ruspare nel suo ricordo rubato.

- Ti ho portato un po’ di panettone. Il pandoro me lo sono finito, mi piace troppo.

Aldo prende il piatto di plastica che le porge Gisella. Sembra incerto, per un attimo, poi le fa cenno di mettersi vicino a lui, sotto i cartoni. Lei sorride, e gli si accantuccia vicino.

- Buon Natale, Aldo.

- Buon Natale anche a te, Gisella.

Aldo divide la fetta di panettone in due, ignorando le proteste della donna, che dice di aver già mangiato. Sa che ha fame, una fame che non può essere certo saziata con un piatto di lenticchie e una fetta di pandoro.

I due barboni si accoccolano nel vicolo, come di fronte ad un camino immaginario.

- Gisella… ti ho mai raccontato di quando sono stato in Belgio? Mi avevano chiamato per una conferenza su Michelangelo. È una storia buffa.

- Racconta!

E nella vetrina i televisori si spengono uno a uno, riconsegnando alle strade quella dolce tranquillità da sepolcro propria di alcune notti, un po’ speciali.

lunedì 27 settembre 2010

LA STORIA DELL’UOMO DEL VENEZUELA, DEL MATTO E LA NAMIBIA

 

Namibia-Sossusvlei Da un po’ di tempo a questa parte – quantificarlo non so perché i mesi e i giorni per me assumono i mutevoli contorni del Tempo del Sogno degli aborigeni australiani – non riesco a scrivere una riga che sia una, su questi Taccuini. Non sto facendo molto anche altrove, ma non ha importanza, ai fini di questo racconto. I personaggi esistono all’interno del loro universo conchiuso della narrazione, e ciò che sborda è superfluo. Il Narratore in realtà è il primo personaggio, ma la sua vita è un qualcosa di assolutamente trascurabile, come vederlo lavarsi la faccia la mattina, o allacciarsi le scarpe prima di una scena clou. Chi ha voglia di vederlo fare cose del genere?
Comunque.
La mia momentanea riluttanza a vergare parole sullo schermo (o meglio la riluttanza del personaggio Hassan, che non esiste, sapete) non ha alcuna rilevanza, se non per quelle due o tre persone che, per amicizia, lungimiranza o intimo masochismo si dilettano a leggere le cose che mi piace scrivere, a volte.
Addentrarsi nelle pieghe dell’Inconscio, mal stirate da anni di introspezione personale e altrui, è un esercizio che ormai mi è venuto a noia. Come masturbarsi con la mano destra per una vita intera e improvvisamente subire la tentazione della Via della Mano Sinistra, e procrastinare il passaggio di consegne raccontandosi la storia di una necessaria preparazione (perché è grande l’Autoinganno sotto il cielo) ed in realtà rimanere felice e scontento a sguazzare nella propria pozza, giochicchiando con le paperelle dei buoni proponimenti.
Che Hassan si martorizzi, anche questa, è una cosa di poca rilevanza, che oltretutto potrebbe anche divertirmi (poiché l’esistenza di Hassan è molto relativa, ripeto per i disattenti); ma che i mondi e le creature che a volte sgambettavano fuori dai suoi scritti, non certo per una sua presunta abilità di creatore quanto per la sua indubbia qualifica di “usciere”, che questi Odradek agghindati della stoffa di cui sono fatti i sogni, dicevo, debbano scontare la bovina ottusità del loro cosiddetto “autore”, è cosa che mi scuote i nervi e mi spinge a minacciare col pugno il cielo nuvoloso di questa landa inconscia dalla quale vi scrivo.
Non credo al (povero) Diavolo tentatore perché se esistesse non potrebbe certo rivaleggiare con l’abilità con la quale siamo capaci di ingannare noi stessi. Mi raccontavo di esser stanco dei Taccuini in genere e dello strano riscontro che mi tornava indietro, prodigo di lusinghe certo, ma anche sottilmente raggelante, come un riflesso istupidito del mio viso su una lastra di ghiaccio, a ricordarmi vite congelate e non vissute, racchiuse nella prigione delle righe.
Per questo mi ero stancato di diavoletti trasportati dal vento, e ninfe ladre di amore, e cartografi di nuvole e sex symbol nane e mutanti. Che senso potevano avere? Era valso davvero il sacrificio di bruciare sul loro altare decenni di normalità, in vista di chissà quale isola non trovata? In quale misura hanno cambiato o potranno cambiare il mondo, o per meglio dire i mondi, quello degli  sporadici fruitori e il mio; loro primo annoiato lettore?
Ignaro di aver preso una vera decisione, avevo chiuso loro la porta, dedicando l’esercizio della fantasia al mero lavoro dello sceneggiatore di fumetti misconosciuto. Poesia, se mai ne fu, è stata esiliata dai confini del regno.
E come accade, quando si sbarrano i portoni la casa viene percorsa da un formicolare di voci, e si aprono altri usci, chè il palazzo è grande e pieno di cunicoli. E da una porta alle mie spalle è entrata la Realtà.


L’allestimento della scena sembra quello di un giovane scenografo, un po’ inesperto ma molto volenteroso. La luce filtra dai vetri del pub, calda e arancione. I tavolini radunano piccole oasi di chiacchiericcio, in gran parte in lingue straniere, e infusi e birre si alternano senza pretese di superiorità, in una spontanea democrazia vivandiera che placa le normali turbolenze dello spirito.
No, difficile che in un posto come questo nasca una tormentata poesia di amore e morte. È più facile, come faccio, perdersi in una breve contemplazione di un bel volto ad un altro tavolo, gli occhi aggrottati dietro lenti leggere che esaminano pagine e pagine di un lavoro, di un’importanza, mi vien da pensare, vitale. Non me ne vogliono - pur se non credo se n’accorgano chè tanto ho affinato l’arte di rubar immagini che le mie sortite d’occhi sono fugaci come, è il caso di dirlo!, battiti di ciglia – le amiche sedute al mio tavolo, perché la visione dei loro volti mi è nota ma altrettanto gradita. Ma è risaputo come è più attraente l’idea di navigar in mari sconosciuti, anche se l’atto è solo il sognar di farlo, al sicuro nel porto, con la testa poggiata sul sartiame.
Ma non perdiamoci in paesaggi marini e torniamo al pub.
Immancabili, “ecco che spuntano i Tarocchi”, come dice le canzone, anche se ci si risparmia volentieri “le frescate su Calvino”. Sulla bella superficie di legno chiaro, popolata dai fantasmi di milioni di sottobicchieri, si dispiega la familiare danza dei miei amici medioevali, tanto più enigmatici quanto più sembra, in fortunati momenti, vogliano abbozzare lo scherno di una rivelazione.
Anche di loro mi ero annoiato, di tutti loro tranne che di uno forse, il più temibile e incompreso, spoglio di tutto e in primis del proprio nome.
Sono testimone di quanto queste piccole figurine di cartone, grossolane nel disegno e anacronistiche nel contenuto, riescano ad attirare con forza l’inarrestabile stormire della cosiddetta modernità. Non so dire se per spregio, attrazione o per semplice curiosità, ma attesto che raramente capiti che uno sguardo scivoli su di loro senza che di rimando si attizzi qualche angolo del braciere nascosto nell’animo, una piccola fiammella magari, ma tanto luminosa, quando intorno è buio.
Anche stavolta, la richiesta.
Leggere i Tarocchi è per me una piccola forma di sofferenza, sempre. Mettersi adesso a disquisire quanto questa afflizione sia anche legata ad un piacere, narcisistico o meno, lo troverei perlomeno pleonastico, dal momento che, chi più chi meno, siamo tutti convitati a questo consesso dove piacere e dolore sono maschere della stessa misteriosa e timida Regina.
Spinto da deliziosi demoni femminili – perché penso nulla tenterei nella mia vita senza queste forze, e mi vivrei una solitaria e saggia esistenza da sabbioso giardino zen – mi sono prestato al ruolo del Mago.
Sia detto per ischerzo, signori, vi prego. Preferisco, facendomi troppo ridere la parola “tarologo”, la dicitura di Narratore. Maiuscola o meno, a seconda della vostra simpatia.
Si è seduto di fronte a me il giovane uomo che poco prima ci aveva portato infusi e caffè, un bel ragazzo con la barba, con sguardo aperto e intelligente. Fatico per un attimo alla tentazione di alzare il cappuccio della felpa nera che indosso, per giocare alla figura del mago tenebroso.
Ma la mia testa non è nuda: è coperta, invisibile a tutti, dal cappello sgargiante del ciarlatano.
Ogni volta secoli di ragionamento cartesiano mi stringono il cuore, mentre porgo le carte e riporto le parole del mio buffo mentore (ciarlatano anch’esso, ma divino): “Crea il tuo Caos”. Create your chaos. Potrebbe essere una buona catch phrase per un brand da tirare fuori in un brainstorming ad un meeting. Yes. Ok.
È come camminare sul filo sospesi nel vuoto, e aspettarsi l’impatto con la “vera” realtà, augurarselo quasi. “Guarda, sono tutte stronzate, quello che mi dici non corrisponde a niente.”
E ogni volta, abbandonare queste remore ammirando il dispiegarsi della loro danza, di questi piccoli esserini di carta che da secoli ci deridono, depositari di segreti che fanno solo finta di rivelarci.
A volte è una Totentanz, quando a guidare la quadriglia c’è la falce della nera signora (che nel mio mazzo è invece rosa, come il desiderio), altre volte, come in questa, c’è il Matto.
Come sempre, lascio che la collana dei miei pensieri perda una ad una le sue perle false, e mi immergo nella narrazione di ciò che vedo.
Una bellissima Imperatrice, il suo sposo, l’Imperatore… e poi due saggi consiglieri che come Giano guardano passato e futuro, al riparo dei più alti bastioni dell’Ego e dai cunicoli ricchi di humus e di tesori dei sotterranei dell’Inconscio. E parlo, e dico sciocchezze, e come sempre racconto una storia, che questo è il mio compito, lo è sempre stato, e lo sarà.
L’uomo sorride e sobbalza, ogni tanto, nella gestualità di un bambino intimidito ma fiducioso.
Poi, quando termino, ecco la sua storia e il motivo per cui mi trovo lì.
Dice che non crede alle coincidenze, dice che se noi eravamo lì in quel momento era perché così doveva essere.
E ci parla, in un italiano molto migliore del mio, della sua infanzia in Venezuela, del suo approdare in questa isola – e non più penisola – chiamata italia (nessun refuso) e vederla cambiare negli anni, al di fuori del cerchio di calore del suo pub. Percepire le anime farsi dure e secche, come pelli di serpente abbandonate. Ogni tanto si scusa di parlare in questa maniera a noi italiani, e a immediata risposta quattro teste annuiscono, confermando l’abdicazione di ogni difesa d’ufficio nazionalistica, atteggiamento che, a mio modo di vedere, ogni persona di buon senso ha abbandonato ormai da anni.
Mi racconta la storia e la sua storia ripercorre le figure degli Arcani sul tavolo. Ed ecco che dalla Realtà, che ormai ha preso le pieghe di un sogno vivido, esce fuori una ragazza spagnola, hostess di professione. Appare veramente, dal vivo, e si ferma al nostro tavolo di magie.
Mi alzo e le stringo la mano, è veramente bellissima e mi sento emozionato a conoscere l’Imperatrice, che contemporaneamente, sorride, distesa languidamente sul Tavolo. Accanto a lei, il suo Imperatore – che in questo momento è anche il nostro – le riassume brevemente la mia lettura in spagnolo, e mi piace cogliere tra i sussurri un “mi amor”. Anche lui campeggia dalle carte, doppio del suo corrispettivo nella realtà.
Il racconto dell’Imperatore si dipana nel progetto futuro, protetto dalle ali della Temperanza. Ha venduto da pochi giorni le quote del pub e se ne volerà a vivere in Namibia, dove, parole sue, “non c’è cortina tra te e gli altri, e la vita è ancora vita”. Ed ancora, non me ne vogliano i nazionalisti, “non voglio che mio figlio nasca in questo paese.” Dal tavolo occhieggia il Matto, la chiave, che sorride sghembo al salto nel vuoto dei due amanti regali, rassicurando che tutto andrà bene, perché la vita, per chi la sa vedere, è intrisa di magia.
Ci salutiamo e mi offre una birra. È la birra più buona che abbia mai bevuto, e non dimentico di condividerla con i miei amici. Tutti sappiamo, anche se non ce lo diciamo per questa paura di essere ridicoli nei confronti di una modernità orribilmente ridicola di suo, che la birra è il pagamento dell’oracolo, un rito antico ed eterno, attuale come non mai.


Poi c’è altro, ma sarebbe cronaca e non storia. Se qualcuno pensa che sia stato io a leggere i Tarocchi al giovane uomo (Ricardo, se vogliamo dargli un nome), allora sbaglia, o almeno vede solo la parte recitata dalle comparse. Lui ha letto a me la sua storia. E mi ha riportato sul mio sentiero, pungolandomi alle terga come il cagnetto del Matto. Non posso altro che essere il Narratore, ed ogni buon Narratore è al servizio delle sue storie. Non può utilizzare le visioni per stupire, o farsi bello o fare i soldi. Il Narratore non può far altro che narrare, e non domandare altro, se non agli uccelli del cielo, o ai gigli dei campi. Interlocutori più istruttivi dei manuali di sceneggiatura.
E semplicemente narrando, con indosso il cappello del ciarlatano e giocando a fare il matto, il bagatto del mercato, il truffatore delle tre carte, quest’uomo senza arte né parte, proprio questo uomo, diventa Mago.
Questa è la storia di come il Mondo mi abbia voluto raccontare una storia. Meglio non lo so spiegare.


La taverna è buia ma la luce che filtra dalle feritoie a livello della strada taglia l’oscurità con lame polverose di luce. Un raggio, nel quale nuotano moscerini e piccole falene, cade proprio sul mio tavolo, illuminando il ventaglio di carte consunte, in attesa.
Lo vedo avvicinare, scortato dalle guardie impaludate in lunghi mantelli. Volutamente, lasciano trapelare dalla stoffa la visione delle spade.
Come d’abitudine, mi copro il capo col mantello, e mi fondo con le ombre, uomo delle ombre, come mi chiamò una volta un uomo di Bisanzio.
“Felpa”. Questa strana parola affiora alla mia coscienza come il pezzetto ignoto di carne galleggiante nella brodaglia che ho appena mangiato. Da qualche tempo a questa parte mi vengono in mente parole “nuove”, strane. Non le percepisco come deliri della mente, più come presagi. Sento che un giorno, verranno usate.
Si siede circondato dalle guardie, e leggo il futuro a colui che tiene il Mondo nelle mani.
Un Impero cadrà ed un altro salirà dalle sue ceneri, come sempre è stato.
E nei secoli, lo so, perpetuerò l’inganno del Narratore, la gente mi cercherà per ascoltare storie, ma saranno loro a raccontarmele.

martedì 13 luglio 2010

CHARADE

Quante volte sono stata cervo o falco uomo o donna, schiava e regina nello stesso impero, vincitore e vinto nella stessa guerra.

Sotto lo stesso cielo - Alice

La sala è affollata. Intravedo il santone oltre la muraglia di teste, solo per un attimo, poi s’inabissa di nuovo nel mare dell’umanità adorante.
La mia amica mi parla all’orecchio senza alcuna necessità, la cosa mi dà un po’ fastidio tanto che, quasi istintivamente, mi discosto da lei.
“Non vedo l’ora, giuro che non riesco a pensare ad altro da giorni. Tutti quelli che l’hanno provato convengono che sia un’esperienza eccezionale.”
“Mi hanno detto che è come essere lì, in quel momento, e si sente tutto: suoni, odori, sensazioni tattili.”
La ascolto e penso ad altro, non è difficile con lei. Guardo il manifestino che pubblicizza l’evento. REGRESSIONE DELLA MEMORIA. LA CONOSCENZA DELLE ALTRE VITE DEL PASSATO. ORA E SUBITO.
“Te l’ho detto di essere stata una regina egizia, vero? Ne ho sempre avuto la certezza. L’ho sognato tante volte. Ho sognato anche te, c’eri sai? Eri uno scriba.”
“Figo.”, rispondo.

OOO

Anche stanotte ho preferito dormire sul divano. Non mi riusciva a prendere sonno e non volevo disturbarla. La sento che si muove nel letto. Quel maledetto letto scomodo, in sette anni di convivenza non siamo riusciti a trovare il modo di cambiarlo. Non ne ho la forza, perché? Eppure non c’è alcun legame affettivo, nemmeno da parte sua. Non riesco a cambiare nulla, della mia vita, nemmeno impormi per comprare uno stupido letto. Ho bruciato tutta la mia volontà nella decisione di amare quella donna che ora sta dormendo nell’altra stanza, e da quel giorno di sette anni fa ad oggi non ho preso altra decisione.
Non mi sono mai fatto troppe illusioni, ho optato per costruirmene una sola, ma gigantesca. Sin dall’inizio, ma veramente dal primo giorno in cui l’ho baciata, mi sono reso conto che non usavamo lo stesso alfabeto. Accecato dall’amore per l’amore mi ripetevo che le differenze non potevano far altro che avvicinarci di più.
Per mesi l’ho considerata un enigma da interpretare, un dilemma dalla splendida forma, un bel volto, un bel seno, una vagina calda in cui affondare e perdermi. Ho riempito la lontananza di storie ed elucubrazioni, fino a quando il riscontro con la realtà non mi ha preso per stanchezza.
C’è stato un momento in cui sembrava tutto finito. Me lo ricordo bene come fosse ieri, mi sembrava di morire. Cosa avrei fatto senza il suo calore, senza la sua - mi fa ridere dirlo adesso - adorazione?
Sarei sopravvissuto, semplicemente. Ora il calore e tanto meno l’adorazione non ci sono più.
È rimasto il sesso. Lei si volta sulla schiena ed è come se dormisse, ma non dorme. Allora so che vuole farlo, le vado sopra e la penetro da dietro. Una volta facevamo l’amore per ore, senza esagerazione, toccandoci, giocando con i nostri corpi in una sempre nuova esplorazione l’uno dell’altra. Ora la cosa si esaurisce in pochi minuti. Spesso vado poco dopo al bagno e mi masturbo sotto la doccia, pensando a modelle viste sul web.
Poi vado al lavoro. È un lavoro molto noioso, ma dopo quattro anni mi ci sto piano piano abituando.
Ho dovuto rinunciare al mio sogno di diventare uno scrittore. All’inizio il suo supporto non mi era mancato. Piccoli maliziosi giochetti fetish elargiti come premio quando mettevo la parola fine ad una sceneggiatura. Ma evidentemente non ero portato, per essere scrittori bisogna stare bene soli. Magari con quattro matrimoni alle spalle, ma alla fine soli.
Io non sono solo. C’è lei. Non sono solo, vero?

OOO

La giungla parla una lingua tutta sua, ogni volta che mi capita di vedere un documentario alla tv (anche quelli in cui ho collaborato alla realizzazione) mi stupisco di quanto sembri diverso il suono. Talmente artificiale e… televisivo.
Piccole macchie scure si muovono sul pelo dell’acqua. Pirhanas. Troppa cattiva pubblicità sul loro conto, sono meno terribili di quanto se ne dice. Anche se una volta uno mi ha quasi staccato il dito, il mignolo comunque, non mi sarebbe mancato più di tanto, credo.
Non ho altro da fare per le prossime cinque ore che starmene qui sul bordo di questa zattera e lasciar fare alla corrente e a Juan, che sta manovrando con l’accortezza assente degli indios di questa parte del paese.
A volte mi sembra di essere qui da sempre, e il pensiero di essere nato a centinaia di chilometri di distanza mi sembra assurdo e divertente. E Roma mi appare né più né meno che un nome, un qualcosa ricostruito dalla mia mente, per ingannare l’attesa di questo viaggio sul fiume che mi porterà a incontrare il “santero” ed i suoi spiriti.
Ho dovuto fare carte false per vederlo, tra tutti i santeros della parte bassa del fiume è il più inafferrabile. Eppure proprio lui mi direbbe che, se questo doveva essere, tanto valeva abbandonarmi alla corrente, senza lottare. Ci saremmo comunque incontrati perché le nostre esistenze portavano a questo.
Se fossi uno scrittore, come una volta pensavo di diventare, a questo punto imbastirei un parallelo (piuttosto scontato direi) tra la corrente del destino e quella del fiume, che mi stanno portando da Pachito e i suoi spiriti in bottiglia. Non condivido questa fede assoluta nel destino, forse esiste una sorta di corrente, ma il fiume è pieno di anse e diramazioni, e c’è sempre un timone e una pagaia. E pirhanas in quantità, anche.
Guardando la parete di alberi che copre il sole, chissà perché, penso a quei primi giorni d’università, e a quella porta che imboccai per caso. Storia delle religioni dei popoli primitivi. Fresco diplomato in artistico, la mia idea era insegnare storia dell’Arte e magari anche disegnare, ma l’aula era talmente piena che cominciò a girarmi la testa, e così scartai l’arte per l’antropologia.
Non stavo bene, mi stavano montando dei bei sintomi ansiosi, strascico della morte di mia madre un anno prima. Per poco non mollai tutto. Chissà cosa sarebbe successo, dove mi avrebbe portato la corrente.
Pensieri abbastanza inutili, credo. Sono qui, e non credo che avrei potuto essere altro. Devo appuntarmelo, è una buona domanda da porre agli spiriti di Pachito.

OOO

C’è questa tizia dal collo rugoso come una vecchia che mi spara questa cosa, ovviamente nell’ascensore, nell’unico momento in cui non posso evitarla. E se tua madre non t’avesse lasciato il posto alla RAI, cosa avresti fatto?
Sorrido e dissimulo divertimento, come sono abituato a fare. Non mi conviene irritarla, pare sia ammanicata con il direttore di rete, e al momento voglio tenermela buona. Brutta stronza rinsecchita. Mi sa che mi si vuole fare. Può essere conveniente, non lo escludo.
Le dico che comunque l’avrei conosciuta in qualche modo, perché il destino è destino. Mi sembra tanto una stronzata ma le piace, e mi lancia un sorriso complice prima di salutarmi e infilare il corridoio del Gran Capo. Dieci punti. E fanculo.
Mentre scendo ai piani bassi – devo incontrare un tizio del sindacato e far finta di ascoltare quel che ha da dirmi – mi viene da pensare a mia madre. Erano anni che non ci pensavo. Grazie tanto stronza dal collo rugoso.
Non c’era ancora stato il funerale che mi arrivò questa telefonata da non so chi, offrendomi un posto per “diritto ereditario”. All’inizio rifiutai, me lo ricordo bene. Volevo fare altro, cominciare l’università, fare l’artista, forse lo scrittore. Poi, è la vita a decidere, in fin dei conti. Sono andato al colloquio e mi hanno convinto ad entrare.
L’ho scampata bella. Mi sono salvato da quelle idee del cazzo che avevo da giovane. Anzi, per meglio dire mi sono salvato dalle idee. È una cosa stupida avere delle idee, delle opinioni. Qui dentro ho imparato che la cosa migliore è non averne di proprie, hanno la tendenza a diventare troppo ingombranti e impegnative. Ce ne sono cosi tante in giro che è meglio prenderne in prestito, e sfoggiarle a seconda della convenienza.
Guarda chi c’è, Persiani del terzo piano. Gli sorrido, siamo amici d’altronde. Bel vestito lo stronzo, è un Armani. L’altra settimana siamo andati a cena insieme e mezzo ubriaco mi ha raccontato della sua tresca con il puttanone dell’amministrazione. Notizia interessante che mi giocherò al più presto. Tolto Persiani, la strada verso il posto di vice Direttore è sgombra. O almeno spero.
E stasera Francesca. Me la invidiano tutti, sapessero quanto è rompicoglioni in intimità. Magari se lo immaginano ma me la invidiano lo stesso. Come si fa a fissarsi con le donne e con l’amore, proprio non me lo so immaginare. Con tutto quello che c’è da fare per guadagnarsi un posto.

OOO

Si dice che nella vita non esista alcuna certezza, che gli uomini siano come mosche nelle mani degli Dei (e gli Dei a loro volta mosche nelle mani di chissà chi…)
Eppure, io una certezza ce l’ho. Piccola piccola, certo, ma immutabile, eterna, un salvagente in questo mare procelloso dell’esistenza. La mia certezza è questa: qualsiasi cosa accada a questo povero mondo, sconvolgimenti, guerre, leggi porcata o nuovi reality show, la prima cosa che vedo aprendo gli occhi ogni mattina è il muso di Baffotto.
Evento talmente ininfluente da poter essere trascurato, direte voi. Appunto, lo dite voi!
Per quanto mi riguarda, la preoccupazione di Baffotto che caracolla inquieto a verificare se lo strano grasso bipede che ogni mattina gli riempie la ciotola sia ancora lì, a districarsi dal letto come un capodoglio spiaggiato, costituisce la mia personale prova ontologica di esistenza. Vedo Baffotto, mi ci specchio (siamo fisicamente molto simili) e so che sono vivo e felice di esserlo.
Poi vengono tutti gli altri, Tigrato, Bianca, Il signor G, Cangaceiro e Vincent, ognuno con i suoi tempi e ritmi. Solo dopo che ho sfamato la marmaglia gattesca mi permetto di fare colazione in terrazza, rosolandomi la zucca pelata sotto il sole di questo luglio romano. Dalla terrazza domino Piazza Navona con il consueto tramestio di turisti, e ogni volta provo una piccola fitta di pudore. Non mi sono mai abituato del tutto al mio conto in banca, non faraonico ma sostanzioso, a volte quasi non lo ritengo giusto… poi mi ricordo i cenacoli di eletti in cui a volte sono capitato, e allora tutta l’ingiustizia di questo mondo mi rassicura. Se tali meschinità in forma umana possono godersi ville e yacht, un solitario scrittore ciccione e innocuo come me può ben godersi un piccolo appartamento al centro di Roma.
Programma per oggi: preparazione della spigola all’astigiana e iniziare la stesura del capitolo sei de “La sottomissione di Margaret”, l’ultimo libro della fortunata serie “I peccatori della seconda pelle.” Temo che stavolta mi tocchi anche la presentazione alla Feltrinelli, l’editore me l’ha praticamente imposto.
Mi diverte ogni volta vedere le facce deluse delle fan, quando entro e mi accomodo sulla sedia. (Chi è il sadico burlone che sceglie le sedie per le presentazioni e perché mi capita sempre un’esile seggioletta che comincia a gemere disperata quando ci poggio le mie spaziose chiappe da autore cult? Un giorno volerò all’indietro e sarà uno spasso per tutti e sarà best seller, baby, oh yeah!)
Si aspettano il Masterone dei loro sogni, un figaccione dal collo taurino e le sopracciglia depilate, vestito rigorosamente in leather in qualsiasi stagione, demiurgo delle loro insane voglie, pronto a suggerne tutto il virginale succo con un semplice sguardo sarcastico e saggio allo stesso tempo. E invece arrivo io, un quintale di carnazza in camicia di lino e mocassini, calvo come una palla da bigliardo e baffuto come un tricheco.
La vita può anche essere buffa e divertente, l’importante è che la ciotola sia piena: questo è quello che Baffotto e gli altri mi insegnano ogni mattina.
Ho sognato tante volte questo traguardo: diventare scrittore ricco e famoso, e me lo figuravo molto diverso. Mi vedevo in una villa, un po’ oscura, circondato da groupies adoranti, una sorta di guru del sadomaso, con tanto di dungeon nello scantinato dove adoprare le mie e altrui carni in cerca di ispirazione e godimento. Mi vedevo magro (come in fondo ero appena una ventina di anni fa…) e atletico, praticante di sport, di sesso e di genialità. Mah…
Nella realtà, un matrimonio naufragato dopo appena due anni, che non mi ha lasciato alcun rimpianto se non seccature burocratiche, ed una vita tranquilla e soleggiata in cui la mia più grande gioia sono i miei gatti.
E naturalmente c’è la scrittura, ovvio. Il delicato lavoro d’intarsio di parole in cui quotidianamente mi sforzo di evocare l’atto più scontato e vecchio del mondo, la familiare frizione tra carne e carne ed il fremito di godimento istillatoci dagli Dei al fine di perpetuare la “semenza infame”. Oddio, non si legga in queste parole cinismo, adoro l’Eros tanto che ho dedicato la mia vita alla sua descrizione, il fatto è che mi basta esattamente questo, descriverlo. E’ tutto ancora funzionante, là sotto (anche se ho qualche difficoltà a vedermelo, nascosto dall’emisfero australe della mia pancia), ma semplicemente non sento la grande necessità di esplicarlo in maniera fisica. Alla riuscita di una pagina ben scritta, dove l’ennesimo orgasmo tra fruste e catene viene rinnovato in nuova forma, ogni reale eiaculazione mi sembra così scontata che ne perdo la voglia in partenza.
Pensavo proprio che sarei diventato altro, e sono felice di essermi sbagliato. Ma ora devo scappare, c’è una signora spigola che mi aspetta.

OOO

Avevo compiuto da poco 19 anni che mia madre morì per un tumore osseo. Lavorava come segretaria alla RAI. Mi chiamarono per offrirmi un posto, ma volevo entrare all’Università e mi sentivo le spalle coperte, così rifiutai. Ma forse, se ci avessi pensato un po’ su…
All’Università scelsi l’indirizzo di Antropologia, materia che cominciava ad appassionarmi quando l’acutizzarsi di sintomi fobici, che in seguito sarebbero sfociati in un periodo di depressione, mi impedì di continuare gli studi. Però, se avessi avuto da subito un aiuto farmacologico…
Tuttora ricevo la visita di fantasmi a cui, fino a poco tempo fa, corrispondeva un corpo ed una voce, o almeno così credevo. Forse erano fantasmi anche allora, un pochino più materiali.
Qualche volta mi piace passeggiare per le vie del centro, e guardando attici e terrazzi fantasticare di una mia possibile vita, lassù.
Dal santone invece no, non ci sono andato. E sì, se ve lo state chiedendo, pare proprio che ho un’amica che è stata regina d’Egitto. Figo no?