Nessun sogno è mai stato così insensato come la sua spiegazione. (Elias Canetti)

mercoledì 29 dicembre 2010

DIAVOLI A NATALE

homeless-2 Il pezzo di strada di fronte alla grande vetrina è una pozza di colori, Gisella ci sta in mezzo, pestando le luci con gli scarponcini tenuti assieme dallo spago.

Al di là del vetro, il muro compatto dei televisori accesi sembra una bestia mitologica dai cento occhi, un’Idra tecnologica che sfarfalla, ammicca e ammonisce, grida e sculetta, e riversa tutto il suo vomito fluorescente sui passanti che camminano svelti sotto la pioggerella.

Aldo si è appena rincantucciato nello spazio tra il cassonetto e un rotolo di lamiera, rimboccandosi i cartoni sotto le ascelle, e non ha la minima intenzione di muoversi da lì per i prossimi mille anni, a meno che la fame non lo stani prima.

Gisella si riscuote dal suo Nirvana catodico e indica eccitata uno dei tanti schermi.

- Si sono picchiati, alla manifestazione. Lo vedi Aldo? Quel televisore lì, quello in basso. Fanno vedere gli scontri. Poveri ragazzi…

- Chi se ne frega – risponde l’uomo, senza neanche alzare lo sguardo.

Gisella mette su il broncio e per un momento sembra una strana bambina di sessant’anni.

- Sì, bravo. Rispondi sempre così. Te ne freghi del mondo e poi pretendi che il mondo si interessi a te.

Aldo boccheggia, sentendosi vittima di una orribile calunnia.

- E quando mai ho preteso qualcosa? Mi hai sentito pretendere mai qualcosa? Io non pretendo niente da nessuno!

Col dito nerastro indica la selva dei televisori, come un improbabile avvocato dei bassifondi nel pieno della sua arringa.

- Quelle sono tutte stupidaggini! E tu te le bevi come bevi quella vinaccia che tanto ti piace. Ci imbottiscono la testa con tutto quel teatrino, tanto per tapparci a casa e stare buoni buoni.

- Ma noi non ce l’abbiamo mica una casa.

- Appunto! Per una cosa buona che abbiamo, o meglio che non abbiamo… te ti vai a succhiare la droga della televisione dalle vetrine dei negozi!

Gisella sorride, e gli occhi azzurri dietro le rughe si fanno maliziosi, come a volte le avviene.

- Ma sì, lo so che hai ragione Alduccio, non ti arrabbiare.

La barbona abbraccia se stessa, e abbozza un passo di danza sull’asfalto, un inizio di piroetta che sfuma sul nascere.

- È che le strade sono così buie, ogni tanto mi va di vedere un po’ di colore, anche solo in uno schermo.

- Per un momento non pensare che sono i soliti telegiornali e le solite facce tristi e cattive di tutti quei politici – incalza Gisella – E’ come… è come se fossero i ricordi del mondo, tutti insieme. E noi siamo qui a guardarli.

Da sotto i cartoni Aldo sbuffa, accennando una risatina sarcastica.

- Altra scemenza. Il mondo non ha ricordi, non ce l’ha mai avuti. Il mondo agisce, ti ammazza e due minuti dopo si è dimenticato di te, anche se sei ancora mezzo vivo e stai arrancando per uscire dalla fossa.

Il barbone si tocca la fronte, più volte.

- Io i miei ricordi me li tengo ben bene qui dentro, e non li vado a spalare addosso alle persone, tanto per pubblicizzare un preservativo o una macchina.

- E quali sono i tuoi ricordi, Aldo? Siamo insieme sulla strada da un sacco di tempo, ma non mi hai mai parlato di te, di chi eri prima di…

L’uomo la interrompe, con la voce gracchiante di quando gli capita di incattivirsi.

- E figuriamoci se vado a dirli a te, i miei ricordi. Ad una barbona ubriaca che non trova meglio da fare che guardare beata la vetrina di un negozio, come fosse la teca di Sant’Antonio.

È troppo pure per un’anima dolce come Gisella, che ha imparato, in qualche modo, a passare sopra alle sfuriate del compagno di dormite all’addiaccio. Ma ha un limite anche lei. Gli sputa addosso una parolaccia, mostrandogli il medio. Poco distante un uomo infreddolito alza lo sguardo, sentendo le grida. Due barboni che litigano.

- Sai che ti dico, il mio intellettuale delle discariche? Che sarò pure una barbona ubriaca ma mi è rimasto un cuore, non sono mica come te, sempre lì a borbottare e dire che tutto fa schifo, perché non t’ammazzi allora?

- Non te la do questa soddisfazione.

Aldo si è già annoiato della litigata e vorrebbe che Gisella se ne andasse. Per tornare, naturalmente. Anzi, vorrebbe andare con lei, e sta per dirglielo, poi si ricorda che stanno litigando.

- E poi, te che ti credi di sapere tutto. C’è una cosa che non sai, ad esempio.

- Sarebbe? – risponde Aldo.

Gisella spalanca le braccia, e la sua voce per un attimo sovrasta il rombo continuo del traffico.

- Stanotte è la notte di Natale!

- Lo sapevo, che ti credi! – replica Aldo, ma non è vero.

- Ed ora – prosegue Gisella - me ne vado al centro di accoglienza qua vicino…

- Boni quelli!

- … sì, e mi prendo il pandoro e magari c’è anche lo spumante. E festeggio il Natale come un essere umano, non come una bestia.

Con fare teatrale Gisella si volta di scatto, facendo ruotare la gonna zingaresca indossata sopra i pantaloni mimetici, e caracolla via, immersa nella luce delle vetrine.

Aldo la guarda allontanarsi e farsi più piccola, che potrebbe prenderla in una mano. Solo quando le persone se ne vanno via allora ci viene la voglia di afferrarle, rimugina, ma è soltanto un trucco, una bugia chiamata “prospettiva”. Da lì, potenza degli svolazzamenti del pensiero, si ritrova a pensare a Paolo Uccello, e alle lezioni di Storia dell’Arte, alle facce attente dei suoi alunni e…

Ad un primo momento gli sembra un vecchio giornale accartocciato e gettato in un angolo, pieno di notizie già scadute, solo un pezzo di carta ammuffita e percorsa dal fremito di una corrente d’aria misteriosa, proveniente forse dal bocchettone del riscaldamento d’un ristorante.

Poi, abituando gli occhi alla semioscurità del vicolo, i contorni si fanno più delineati.

Aldo ha un brivido. Solo un brivido.

Magari sarebbe stato più consono un genuino trasalimento, anche un piccolo grido, ma negli ultimi tre giorni ha mangiato solo un pacco di biscotti e poco altro, e non ha in corpo abbastanza calorie, evidentemente, per inscenare plateali terrori.

La cosa nell’angolo non è un cartoccio, ma è un qualcosa di vivo.

È un piccolo essere che respira, e trema.

All’uomo basta un’occhiata per capire che non si tratta di gatto o topo né d’altra fauna metropolitana. Con la stessa certezza con cui sa che in bocca gli sono rimasti dodici denti dei trentadue in dotazione, improvvisamente comprende che quella cosa non è di questo mondo.

La rivelazione non lo sconvolge più di tanto, ne ha viste tante, in strada, che il suo serbatoio di smarrimento è abbondantemente in riserva. Basterebbe gettare uno sguardo a quella massa di televisori, pensa Aldo, per trovare mille cose più strane e orribili che l’apparizione di uno scricciolo di demone, in un vicolo umido di una grande città.

A fatica Aldo si districa dai cartoni e avanza a quattro zampe verso l’essere.

La prima impressione è quella di averlo già visto, l’animaletto. Assomiglia vagamente a una lontra, due occhietti d’onice in una prugna di muso (…Bosch, od anche il Ghirlandaio, uno di quei diavoletti volanti in qualche tentazione di Sant’Antonio. Ai contemporanei dovevano apparire orribili e inquietanti, istruttivi, in qualche maniera…)

Senza sapere bene cosa fare, Aldo tende una mano verso la cosa, e subito due piccole zampette unghiute gli afferrano la mano screpolata dal freddo.

Tutto quello che rendeva la tua vita degna di essere vissuta finisce, ora e in questo momento. Sono qui per divorarti l’anima, sono qui per strapparti il cuore. Ti sussurrerò disperazione e scontento. Sottrarrò i colori alla tua vita, riempirò di buio gli spazi tra i tuoi pensieri…

Il piccolo demone trema, tra le mani di Aldo. Respira a fatica, come se fosse febbricitante, o morente. Ad ogni fiato un piccolo sbuffo di vapore si solleva, e gli occhietti della creatura si strizzano, stillando minuscole perle di lacrime, come per il rimpianto di non riuscire a trattenere quei brandelli d’anima fumosa che si disperdono nella notte.

Aldo non fa troppo conto dei pensieri che sente nella sua testa. Da tempo ha imparato a convivere con le voci più strane dentro il suo cervello, da quando sua moglie se n’è andata e… da tanto tempo insomma.

Cerca di riscaldare quella cosa portandosela al petto, ed è

ed è la sensazione del sole dell’Umbria che riscalda i vestiti e si posa sulla tovaglia a quadri rossi e bianchi, facendo brillare i bicchieri come fossero preziosi cristalli.

I bambini stanno correndo per il cortile inseguendo una gallina spaventata, strano animale esotico per loro, animaletti di città.

Cora è vicino a lui, i primi fili bianchi tra i capelli che paradossalmente sembrano aumentare la sua bellezza, e gli sorride. Già soffre di sclerosi, ma la malattia le permette ancora di fare piccoli viaggi, costringendola solo a quella camminata incerta, pensosa, bellissima

La creaturina tra le mani di Aldo freme, sembra cercare un calore che non trova. A guardarla affiorano altri vecchi ricordi, dolorosi, gli ultimi momenti di vita del suo vecchio cane Goya, del suo respiro spezzato.

Ti strapperò il cuore. Ucciderò le tue speranze. Dipingerò i tuoi incubi. Prenderò la tua anima nella forma dei tuoi ricordi più cari.

- Non t’agitare, stupidello, non vedi che è peggio?

L’esserino si acquieta nella mano di Aldo, continuando però con quell’ansito affannoso, così penoso da ascoltare.

- Vuoi i miei ricordi? È questo il tuo compito? Ma cosa ci farai mai con i miei ricordi, che non riesci neanche a stare dritto su quelle tue quattro zampette?

Aldo solleva la creaturina verso di sé, per guardarla meglio. Uomo e demone, per un momento, si guardano negli occhi. E Aldo comprende, o crede di comprendere.

Più tardi, ricordandosi dell’accaduto, si convincerà che la comunicazione tra demoni deve svolgersi proprio così, tra sguardi, e che le parole servano ad esprimere soltanto minuziosi rituali codificati a cui la popolazione infernale è costretta ad attenersi, da tempo immutabile, per volontà di Colui che tutti perdona, tranne i demoni.

Vede il demone, il più piccolo della sua nidiata, gettato nel mondo degli uomini, esseri orribili che gli fanno paura, con il compito di indurli alla dannazione, sottraendo loro ogni ricordo che, nel tempo e nel dolore (e nel tempo del dolore) potrebbe diventare speranza, come la ciste di un’ostrica che si fa perla. Perché agli uomini non è concessa speranza, ha decretato Sua Maestà, quel grumo nero di dolore e risentimento che è il Boss di tutti i demoni, solo e perduto come tutti i Boss, banale e scontato come tutti i mali.

E vede il piccolo demone come un soffione spaurito, preda dei venti, ignorato dagli uomini del nostro tempo, Santi Antoni senza più alcuna tentazione, perché avvezzi a tutte. Nessun ricordo nella sua sacca. Tra poche ore (la Notte di Natale echeggia in misteriose risonanze fin negli abissi, evidentemente) dovrà presentare il rendiconto del suo fallimento al Grande Grumo Nero. E trema di paura, come un piccolo bambino di fronte ad un temuto maestro.

- Ma che te ne fai dei miei stupidi ricordi… - borbotta Aldo, fintamente burbero, ma ha già deciso.

bellissima. Bellissima pur sapendo che da lì in avanti non potrà che peggiorare, e che i figli della loro figlia non potranno più giocare con la nonna ancora giovane. Aldo, mentre sorseggia quel bianco che sembra succo di Sole, sa tutto questo, e vede il tempo a venire come una lunga sequela di dolori, che lo porteranno alla follia, se gli va bene, perché non riesce proprio a concepire la sua futura vita senza quella donna. Eppure il momento è perfetto, e non prova alcuna ansia. Perché quel momento si farà ricordo, ed i ricordi sono gemme incastonate nel tempo, immobili e perfetti come miniature del Beato Angelico. E lui, e lei, ora, sono qui. Per sempre

Il piccolo demone ora non dice nulla. Forse ha capito che quelle anacronistiche minacce imparate a memoria sono inutili, e anche un po’ ridicole.

Forse vorrebbe ringraziare l’uomo, ma non possiamo imputare ai demoni sentimenti che sono propri (o dovrebbero esserlo) alla categoria umana.

Da invisibili spettatori di questa scena possiamo solo vedere Aldo che porta entrambe le braccia verso il cielo, le mani a coppa, e lascia andare… qualcosa, che ai nostri occhi abbagliati dal neon dei centri commerciali sembra solo uno sbuffo di fumo nero, o un pezzo di carta annerito, subito afferrato dal vento.

L’uomo si accorge di avere freddo, e si infila nuovamente tra i cartoni.

Aggrotta la fronte, in un inutile sforzo mentale.

C’è una lunga tavolata sotto un bel cielo quattrocentesco, una tovaglia a scacchi bianchi e rossi e una caraffa di vino che sembra luce liquida. Lui è seduto a capotavola, ma le altre sedie sono vuote. Il cortile è attraversato da una gallina, intenta nella sempiterna ricerca di vermetti da mangiare.

- Che fai, dormi?

Gisella è tornata. Non si è accorto di lei, troppo intento a ruspare nel suo ricordo rubato.

- Ti ho portato un po’ di panettone. Il pandoro me lo sono finito, mi piace troppo.

Aldo prende il piatto di plastica che le porge Gisella. Sembra incerto, per un attimo, poi le fa cenno di mettersi vicino a lui, sotto i cartoni. Lei sorride, e gli si accantuccia vicino.

- Buon Natale, Aldo.

- Buon Natale anche a te, Gisella.

Aldo divide la fetta di panettone in due, ignorando le proteste della donna, che dice di aver già mangiato. Sa che ha fame, una fame che non può essere certo saziata con un piatto di lenticchie e una fetta di pandoro.

I due barboni si accoccolano nel vicolo, come di fronte ad un camino immaginario.

- Gisella… ti ho mai raccontato di quando sono stato in Belgio? Mi avevano chiamato per una conferenza su Michelangelo. È una storia buffa.

- Racconta!

E nella vetrina i televisori si spengono uno a uno, riconsegnando alle strade quella dolce tranquillità da sepolcro propria di alcune notti, un po’ speciali.

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