Nessun sogno è mai stato così insensato come la sua spiegazione. (Elias Canetti)

venerdì 27 luglio 2012

MALEFIQUE

Tra le prime pellicole dell’ondata di orrori oltralpe di inizio millennio, Malefique è una piccola perla, grezza, non rifinita, ma che vale comunque la pena vedere.

Storia claustrale, se non proprio claustrofobica, che si svolge quasi interamente tra le quattro mura di una cella (solo ad certo punto i protagonisti riescono ad uscire dal loro loculo… per entrare in un’altra cella, senza porte stavolta!), Malefique deve la sua parziale riuscita più che altro alla bravura dei quattro attori e alle particolarità grottesche dei personaggi che interpretano.

Un anziano bibliomane uxoricida, uno spensierato giovane cannibale tardo di mente che si fa tagliare via le dita come svago, un omone transgender con delle bellissime tette e un cinico imprenditore solo apparentemente spaesato sono i quattro compagni di cella in una prigione tetra e oscura.

Una notte da una crepa nel muro sbuca fuori un libro (e anche una gran quantità di blatte, ma quelle non sono malefiche, solo schifose). Il libro è il diario del precedente occupante della cella, un serial killer occultista, che ha diligentemente riportato sulle pagine le formule negromantiche per evadere dalla prigione.

È evidente che nessuno dei protagonisti ha mai letto Lovecraft, altrimenti avrebbero saputo che, in questi casi, i libri di potere portano sempre una estrema sfiga (Necronomicon in testa) e il prezzo da pagare per i maghi fai da te è sempre altissimo.

La citazione di Lovecraft non è peregrina perché sono evidentissimi i riferimenti-omaggio, uno per tutti il nome del terribile dio Yog-Sothoth, il mostruoso Guardiano della Soglia, riportato in calce tra le pagine del libro.

Il film mantiene inalterato il suo interesse per tutto il tempo che i quattro cominciano a “fare conoscenza” con il libro, che in effetti è di fatto il quinto personaggio, silenzioso ma piuttosto attivo. Non mancano scene disturbanti come il collage di vagine attaccato alla parete, “opera d’arte” del giovane ritardato, che in una visione alla Ken Russell prende vita (e risulta tutt’altro che eccitante…), oppure la parete di pietra che decide di farsi una sgranocchiata di dita umane e per finire una “morte aerea” tutt’altro che piacevole, il tutto supportato da una sulfurea fotografia (sembra di essere in una cella medievale, altro che anni 2000) e, come ho già detto, una recitazione più che dignitosa.

Il tutto si smonta un po’ sul finale, che si banalizza e diventa leggermente moralistico, ricorda infatti molto le chiusure di telefilm tipo “Twilight Zone”. Deboluccio, in effetti. Non pregiudica a mio parere un prodotto dignitoso, se pur non eccelso.

Da vedere, per gli appassionati s’intende.

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